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E580400B.  Aurora Leigh.

Rivista di Firenze, April 1858, pp. 204–213.

As reprinted in The Brownings’ Correspondence, 25, 381–384.

Il nome della signora Barret[t] Browning, che va oggimai fra i più celebri della odierna letteratura inglese non è forse ignoto a una gran parte dei leggitori italiani, ma certo merita di essere anche più conosciuto e onorato. Perciocché questa egregia donna, che senza taccia di adulazione è lecito chiamar prima fra le poetesse del secolo, se è per nascita inglese, può dirsi per anima quasi italiana, tanto è l’amore che ella porta alla patria nostra, dove anche da molti anni soggiorna. Di questo suo affetto caldo e generoso per l’Italia, fà fede un poema di lei sugli avvenimenti gloriosi e infelici, che un decennio fa agitarono il nostro paese, del qual poema parlò come si conveniva un giornale di troppo corta vita, la Rivista Britannica di Firenze.*

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*Il poema è intitolato: Le Finestre del palazzo Guidi.

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Il nuovo lavoro poetico della signora Browning del quale prendiamo a parlar qui, l’Aurora Leigh, è opera di ben altra lena; ed è a un tempo novella testimonianza dell’affetto che ella ha per questa terra dell’anime (espressione di lei): poiché non solo ne descrive coi più splendidi colori e ne celebra con entusiasmo le bellezze naturali ed artistiche; ma ha voluto che l’eroina del poema (nella quale adombra in gran parte se stessa) e per sangue e per genio appartenesse all’Italia; e della Italia favella sempre con parole di predilezione.

La signora Browning non è di quella razza di stranieri, che vengono fra noi a caccia d’impressioni e di colori per i loro poemi, storie, viaggi o romanzi, (che son tutt’uno), e che a furia d’interminabili descrizioni hanno, quasi che non dissi, consumato lo splendore del nostro sole, l’azzurro del nostro cielo, la verdura dei nostri campi e la limpidezza delle nostre marine: mentre per altra parte si compiacciono a svilire il carattere italiano e cercarvi tipi di abiettezza o di scelleraggine, che senza incomodarsi potrebbero trovar abbondantemente in casa propria. Essa ritrae quelle bellezze, che profondamente sente, comprende il genio vero d’Italia, le augura sorti migliori, e ba fiducia nel suo destino. Tutti questi mi pajono titoli per farla sempre più conoscere e amare dagl’Italiani. [p. 205→]

L’Aurora Leigh è poema che al suo apparire ha prodotto grande impressione si in Inghilterra che fuori, e vi è chi non ha dubitato di chiamarlo il primo poema del secolo. Se altri più severi hanno trovato da ridirvi non poco si per il concetto, che per i caratteri e per lo stile, tutti però confessano abbondare di straordinarie bellezze, ed essere opera di un ingegno in sommo grado poetico.

Certo l’assunto della signora Browning era oltremodo ardito e difficile: rappresentare in vasto poema una imagine della vita contemporanea. Ella non crede, come molti, che il ciclo della poesia epica sia chiuso per i moderni, né assentirebbe al nostro Manzoni quel detto: che dopo la Gerusalemme del Tasso il pubblico non permette più di scrivere epopee. Anzi dice espressamente, che ogni età bifronte come Giano guarda il passato e l’avvenire, aspetta un mattino, e attende una epopea. Né l’età nostra, che pare ad alcuni tutta materiale positiva e prosaica, non è secondo lei diseredata di poesia. Anzi questa età (dice ella) così clamorosa, tumultuosa, mercante, speculatrice, aspiratrice, ha in se passione e calore eroico quanto e più che Orlando coi suoi cavalieri in Roncisvalle. Coloro che ci vivono non ne apprendono la grandezza, nel modo stesso che supponendo recato ad atto il gigantesco disegno di Alessandro, di ridurre cioè in forma di statua il monte Atos non se ne potrebbe cogliere che a distanza la imagine intera nelle sue colossali proporzioni. Ma il poeta vero ha il dono di una doppia visione, onde può scorgere complessivamente le cose vicine quasi fosse a distanza, e le lontane così distintamente come fosse loro dappresso.

Queste idee della illustre poetessa son belle e splendide; ed altre di splendore e bellezza non minore ne fornisce quel principio del libro quinto dove ella espone le sue teorie sulla poesia e sull’arte. Non cessa per questo il dubbio se sia possibile una vera epopea, quando è esaurito quel ciclo di tipi e di tradizioni eroiche che si vien formando nell’età primitive dei popoli; se per i tempi ormai progrediti, nei quali all’istinto poetico è succeduta la riflessione calcolatrice, le migliori epopee dei grandi avvenimenti pubblici non sieno le storie di Erodoto e di Tucidide, di Sallustio e di Livio, i Comentarii di Cesare, le Memorie di Napoleone: per quello poi che riguarda la pittura della società e dei costumi, se meglio non si appartenga al romanzo, il quale nella sua libertà quasi indefinita può osare assai più e fare assai meglio che non possa la poesia. Ed è lecito pur dubitare, se il poeta non operi allora più assennatamente prendendo a ritrarre alcuni caratteri, o fatti parziali (quasi rilievi della gran mensa epica ormai tolta) studiandosi al possibile di collocargli in una certa distanza o di spazio o di tempo, per meglio servire all’effeto della prospettiva poetica; senza pretendere ad una piena rappresentazione epica di quello che non può epicamente rappresentarsi. Ma questi non sono che dubbi, e forse il risolvergli spetta più che al critico, al poeta di genio, il quale sa all’uopo rompere le vecchie forme e trova modo di elevare a poesia quello che ai [p. 206→] più parrebbe affatto prosaico. E forse che Dante non ci ha lasciato nel suo poema una rappresentazione la più compiuta della vita contemporanea? A un colpo della sua verga magica ci si aprono innanzi le regioni dell’eternità, e traslocato su cotesta scena il mondo della realtà diviene ideale, quel ch’era temporaneo si fa eterno, si raccoglie in un punto quello che era diffuso nello spazio, la prosa si trasfigura, ed è poesia. Ma il poema di Dante, si dirà, non è rigorosamente epico, ma piuttosto una originale mistura di tutti i generi. Ciò vuol dire che non potendo chiamarlo epico, tutti consentiranno di chiamarlo divino; che la questione è di sostanza non di forma più o meno rigorosamente epica secondo i vecchi esempii e le vecchie regole. E così certo l’intende la signora Browning, quando parla dell’epopea che si può fare sopra ogni età. Giacché delle forme non pare ch’ella si curi più che tanto. «Lascia (scrive essa) che lo spirito crei la forma come vedi fare alla sovrana natura; periciocché altrimenti tu imprigioni lo spirito, non lo incorpori. L’interno deve soprastare così nella vita come nell’arte, che pure è vita.» Se poi il magistero della signora Browning sia conforme a quello di Dante nel vincere la somma difficoltà di far poetico il presente, se all’audacia del suo tentativo risponda a pieno la felicità della riuscita lasceremo che altri ne giudichi.

Aurora Leigh, che dà il titolo al poema e n’e l’eroina, nasce in Firenze di padre inglese e di madre toscana. Colei che deve rappresentare nella sua individualità simbolica una delle aspirazioni più nobili del nostro tempo, aspirazione felicemente non soffocata in tutto dalle preoccupazioni politiche e materiali, voglio dire l’aspirazione artistica, ben convenivasi che nascesse nella patria di Dante, del Vinci, di Michelangelo, e avesse nelle vene di quel medesimo sangue. Così ci piace interpetrare il pensiero della signora Browning sempre gentile per la sua Italia. Il padre di Aurora è un gran signore che venuto fra noi per trovare fra gli oggetti dell’arte un ristoro ai lunghi travagli del foro e del parlamento, adocchia in una processione una leggiadra giovanetta del popolo, ne è preso di amore, e la fà sua sposa. Ma appresso a pochi anni gli viene rapita da morte immatura, e allora il vedovo desolato ricovera colla figliuoletta Aurora di quattro anni nelle montagne casentinesi sopra Pelago: «pensando che una fanciulletta senza madre ha bisogno più che altri della madre natura, e che le bianche capre di Pane colle mammelle piene di mistiche contemplazioni forniscono il latte migliore alle labbra degli orfanelli, come è la figlia sua.» Là fra le scene di una natura selvaggia ma bella cresce Aurora sotto la disciplina del padre, il quale le apprende ciò che aveva meglio imparato, il dolore e l’amore. E nella scuola del dolore sarà esercitata più duramente la giovanetta, quando a tredici anni resta orfana anche del padre, e dee separarsi dai luoghi e da ogni altra cosa più caramente diletta, invitata o piuttosto costretta dalla zia paterna a partire per l’Inghilterra. Addio mura biancheggianti, addio azzurre colline d’Italia. Ella s’imbarca e dopo tedio- [p. 207→] sa navigazione finalmente ha in vista i gelidi monti d’Albione, e approda alla terra del padre suo. Quì il contrasto fra i due paesi ed il sentimento di dolore che ne prova la fanciulla è vivamente rappresentato. Non pare possibile ad Aurora di avere ad abitare fra quelle nebbie, in quella terra senza verdura, sotto quel cielo basso e positivo. Ne può darsi a credere che in cotesta terra nascessero, coteste aure spirassero Shakspeare e gli altri grandi. L’anima di Aurora è troppo giovine e troppo poetica per sentire quello che sentiva l’Alfieri al suo giungere in Inghilterra:

 

Nè il ciel di nebbie e di carbone intoppo

Dammi a letizia; che se il fumo è molto

Tanto è l’arrosto che forse anco è troppo.*

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*Satira I. sui Viaggi.

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Pure a poco a poco imparerà anch’ella ad amare quello che prima aborriva; si animerà di bellezza ai suoi occhi quello che le parve a prima giunta così smorto languido e cupo; dirà che la terra di suo padre è degna di essere anche quella di Shakspeare. Pure farà sempre le sue riserve: «Qui non i castagni di Vallombrosa che profondano le radici nei burroni, non lo scroscio delle cascate in mezzo agli abeti. L’Inghilterra è una cosa, l’Italia è un altra.»

Vigilata severamente e anche aspreggiata dalia rigida zia che la disama perché figlia di una straniera, la povera Aurora cresce negli anni, ma gracile, infermiccia, malinconica. L’educazione ch’ella riceve è tutta frivola, superficiale e di forma; buona a rintuzzare o sviare, non a svolgere e a indirizzare le facoltà del suo spirito. Ma un innato vigore di natura la sostiene; da questa essa trae un calore vivificante «come la terra pur nella notte sente il sole, e come il fanciullo sugge sicuramente il latte pur nelle tenebre.» Può aver copia di libri e segretamente gli divora; in quell’intimo commercio coi grandi spiriti sente esaltare il suo, l’ingenita scintilla prorompe, e in suo segreto ripete a se stessa il motto dell’artista: son pittore anch’io. Ormai la sua vocazione è accertata, ella sarà poeta.

L’entusiasmo della poesia è certo una bella cosa, ma il sentimento del l’amore è forse anche più bello specialmente in una donna a venti anni. E taluno ha detto che amore e poesia sono la stessa cosa sotto nome diverso:

 

Amor prima trovò le rime e i versi.*

E certo è che la vita del romanzo, e il romanzo della vita ci appajono senza amore scoloriti e incompiuti. Onde parrebbe che anche Aurora avesse ad innamorarsi, e ognuno se l’aspetta quando incomincia a frequentare la casa della zia un giovine cugino, Romney Leigh, col quale la fanciulla si trattiene in lunghi colloqui, ed esce a diporto per i colli e pei campi.

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*Berni.

________ [p. 208→]

 

In una bella mattinata di giugno nel giorno che compie il suo ventennio ella si avvia solitaria su per l’erbe rugiadose all’aperta campagna, e giunta in luogo appartato ed ombroso disegna festeggiare il suo natalizio e inaugurare la sua vita di artista coronandosi le chiome, di che? non di alloro, perché il destino lo nega a chi troppo presume: si fà una bella ghirlanda di edera, e mentre dalle verdissime foglie le grondano stille di rugiada sui capelli e sulle vesti, ecco d’improvviso volgendosi scorge appresso di se Romney, che la contempla maravigliato. La scena è bene ideata a leggiadramente colorita: il colloquio dei due cugini è narrato a lungo. Vi è proposta di matrimonio per parte di Romney, rifiuto per parte di Aurora, e finalmente aperta rottura. Romney è un carattere tutto inglese, freddo, riservato, concentrato; i suoi studi prediletti sono la statistica e l’economia, e le idee del socialismo gli hanno stranamente preoccupato lo spirito; ama Aurora da gran tempo, ma ama anche più le sue utopie, e se ha divisato sposar la cugina egli è principalmente per farsela cooperatrice nei suoi disegni di riforma sociale. L’anima ardente, fiera, tutta meridionale di Aurora, che si sente nata all’arte non può esser paga di un amante o di un marito siffatto, e benché forse riami in suo segreto Romney, lo riama di un’amore si debole, che il leggitore e forse ella medesima appena se ne accorge. Alla proposta di lui fieramente risponde: Voi avete già una sposa, la vostra teoria; io non vo’esser l’ancella di una moglie legittima; vi paio io un Agar? Così i due cugini si dividono a seguire ciascuno la via per cui gli mena la loro opposta natura; opposta, dico, e pur simile in questo: che ambedue sono innamorati di un ideale, a cui abbandonandosi senza temperamento o ritegno troveranno alfine la delusione. Romney che nel suo genere è poeta quanto Aurora, si fà quindi propagatore di socialismo tenta fondar falansteri, e studia ogni modo di porre in atto i suoi concetti e le sue utopie. Aurora che per fierezza di donna ed entusiasmo di artista ha rifiutato l’amore, si dà tutta all’arte, di cui può dire con Michelangiolo: questa ho sposato; scrive e stampa poemi e ben presto si procaccia nome e celebrità. Così sono ritratti nel loro distintivo carattere i due principali personaggi, presentati in un punto di sommo interesse drammatico, poi separati per condurgli traverso al poema incontro a personaggi nuovi e a nuove peripezie.

Ed un nuovo attore di fatto si produce ora in iscena. Lady Waldemar, il tipo femminile della grande aristocrazia, colle maniere orgogliosamente urbane e delicate, col riso sarcastico e l’epigramma pungente sul labbro, tutta capriecio, falsità, corruttela si presenta ad Aurora, e francamente le manifesta che ella è innamorata di Romney, e pronta a sposarlo; ma esso delirante dietro alle sue idee di universale eguaglianza ha fatto proposito ed è in procinto d’impalmare una miserabile popolana; spettare ad Aurora, come cugina, lo adoperarsi che tanta macchia non cada sulla nobilissima famiglia dei Leigh. Il dialogo fra le due donne è sommamente ca- [p. 209→] ratteristico; grave e dignitoso per parte della poetessa, pieno di finezza e d’ironia, e scintillante di spirito dal lato della gran dama. Nasce naturalmente in Aurora il desiderio di conoscer colei che Romney ha reputato degna della sua mano, e si muove a trovarla. Traversa una corte dove brulica una turba di mendicanti cenciosa e lurida (descritta dall’autrice con quella verità e anche crudità di colore che è propria della scuola realista, e di cui essa a quando a quando si compiace), e salendo per lungo ordine di scale ad una quasi soffitta, ha dinanzi la giovine ricercata. Al primo vederla non può tenersi di dire fra sè: dunque fiori così soavi possono germogliare da così rozze radici? pensando che questa gentile creatura che trova in alto è pure una figlia di quell’abietto popolo che ha lasciato abbasso. Il viso di cotesta fanciulla era una cosa ineffabile; mostravasi temperato di soavità e di malinconia, e vi traspariva tutto il candore dell’anima purissima; ella sorrideva colle labbra e cogli occhi, ma come chi ricorda che molto ha pianto, e presente che dovrà molto piangere ancora. Marianna Erle, che tale è il nome della fanciulla, nasceva d’un padre, duro e zotico montanaro, e di una madre anche peggiore, che ha voluto far traffico infame della propria figlia. E la figlia per sottrarsi all’imminente vitupero si è data a fuga precipitosa, finché trafelata, semiviva stramazzava sulla pubblica strada, donde è stata raccolta e recata in un ospedale di Londra.—Cotesta fuga della giovine è narrata con tal vigore di concetti e di stile, che può dirsi senza fallo uno dei più bei passi del poema, e mostra come a nessuno secondo nella potenza del descrivere sia l’ingegno della signora Browning. Romney, il generoso filantropo che trovasi dovunque possa dar sollievo alla infelicità e alla miseria, si abbatte a vedere la sventurata fanciulla, e ammirandone i modi e l’aspetto le cerca prima onorevole avviamento, poi si risolve sposarla, non tanto per amore quanto per più solenne conferma delle sue massime. Né Aurora è tal donna che conosciuta la fidanzata, possa secondare i consigli e servire ai disegni della Waldemar, attraversando quelle nozze. Le nozze si apparecchiano, e nel giorno che devono celebrarsi si accoglie ad assistervi una moltitudine la più diversa, come diversa affato è la nascita e la condizione degli sposi. Dall’una parte il quartiere di St. James in abbigliamenti dorati, dall’altra quello di St. Gilles [sic] in sordide vesti, e tale in vista, che muove ad esclamare: la festa del popolo è più trista che il funerale dei re.

Il poeta ama procedere qui ed altrove per via di contrasti, e come poco innanzi presentato il tipo della gran dama di mondo in Lady Waldemar, ne offre tosto l’antitipo nella buona giovine popolana, in Marianna; così qui sfoggia colori ed imagini a porre in rilievo i due estremi della società inglese, la suprema opulenza e la suprema miseria. In questo modo tanto per via di figure individuali che hanno un significato quasi simbolico, quanto per via di gruppi e di masse si argomenta di render compiuta [p. 210→] per ogni parte la sua rappresentazione poetica. Se non che forse in dipingere ciò che di meno bello e anche di sozzo e ributtante hanno la società e la natura, potrà desiderarsi da molti parsimonia maggiore.

Ma tutta quella gran moltitudine si era adunata invano. Invece dell’attesa sposa, giunge una lettera sua, nella quale annunzia a Romney che essa abbandona l’Inghilterra, e che non si rivedranno più mai. Questo avviene per trama della Waldemar, la quale insinuatasi appresso la fanciulla le ha fatto credere che Romney la sposa non per amore ma per impegno, e che il loro matrimonio sarà ben presto la infelicità di ambedue. La generosa e inesperta Marianna che venera Romney come un benefattore celeste, anzi che amarlo veramente di amore, per non avere ad essergli cagione di alcun rammarico preferisce la sua povertà ad ogni più ambita grandezza, e risoluta a non fare le preparate nozze, segretamente si parte e passa in Francia. Dopo la impreveduta avventura Aurora e Romney seguono a vivere nel modo usato, vedendosi qualche volta, e forse rieccitandosi scambievolmente qualche scintilla del primo affetto, quantunque né in parole né in atti ne facciano il menomo segno. Aurora peraltro comincia a provare che la celebrità del nome non basta ad appagare un’anima passionata, della sua solitudine s’attrista, e aspira all’amore. «È pur dura cosa per il poeta (essa esclama) seder solo e pensare che forse due giovani amanti seduti fronte a fronte scorrono intanto le pagine del suo libro, e a qualche strofa che più gli tocca interrompono la lettura per dirsi: questo io sento, io penso per te—ed io per te. Questo poeta conosce quello che è l’immortale amore.» Quindi sorge prepotente nel cuore di lei il desiderio di riveder la sua terra natale, la cara Italia. Traversa la Manica, è a Parigi.

Certo la signora Browning non è da annoverare fra i misogalli, e della Francia e anche delle cose presenti, favella in termini non poco lusinghieri. «La Francia è il poeta delle nazioni; come una palla di cannone va impetuosa e diritta al bersaglio, così il popolo francese allo scopo, e chi lo giudica leggiero mostra solo la sua leggerezza.» Ora checché sia di ciò, mentre la sua eroina si avvolge quà e là per la gran capitale, le accade di riscontrarsi nella scomparsa fidanzata di Romney, in Marianna. Entrata nello albergo e nella cameretta della fanciulla scorge dormente sopra un povero letticciuolo il più leggiadro bambino. E madre di quel bambino sarebbe forse Marianna? e la miseria o la seduzione avrebbero condotto così al disonore la casta e purissima giovinetta? Marianna racconta ad Aurora come troppo fidandosi alla ribalda guida datagli dalla perfida Waldemar, al suo giungere in Francia fu menata in luogo vituperevole, tolta di sè con un beveraggio alloppiato e data in preda all’altrui libidine, risvegliandosi madre per opera non sa pur ella di chi. Così la tristissima Waldemar non paga di allontanarla ha voluto con infamarla porre fra lei e Romney un muro di eterna separazione.

Lasciando che altri giudichi su certe possibilità fisiologiche di questa [p. 211→] avventura, a noi piace notare che la descrizione del fanciullo dormente e delle carezze che risvegliatosi si avvicendano esso e la madre, son cosa di tanto sovrana bellezza, che non ha forse nel suo genere l’eguale. É una pittura concepita col più squisito sentimento della donna, e colorita col pennello del genio.

Aurora piena di affetto e di pietà per la giovine sventurata la persuade a partir seco alla volta d’Italia. In compagnia di lei e del suo bambino traversa la Francia, s’imbarca a Marsiglia, e fra non molto comincia a sentir l’aura che muove dalle spiagge d’Italia, dalla terra dell’anime. Si scoprono alla sua vista le antiche e maravigliose montagne, ed al chiaror della luna ne scorge i fianchi sparsi di oliveti, di romitaggi, di casolari che brillano sul vertice degli scogli come stelle cadute; e stanno campati in aria così, che ti maravigli, come non cadano abbasso insieme con quei torrenti, che romoreggiano giù per i dirupi irrorando cogli spruzzi di argento i boschetti dei mirti. Con tali ed altre imagini più ardite nè meno splendide è descritta dal poeta la catena dei monti che si distende lungo il mare della Liguria. Allo spuntar del giorno apparisce innanzi Genova col magnifico anfiteatro dei suoi palazzi marmorei. Ma la pomposa magnificenza della città ligure non può trattenere a lungo Aurora, che anela all’aura nativa dell’elegante Firenze. Ed eccola giunta, eccola alloggiata sul poggio di Bellosguardo, donde può spaziar coll’occhio per la distesa del cielo meno azzurro che raggiante, e avendo a fronte Fiesole e Montemorello contemplare da un lato le montagne di Vallombrosa imporporate dal sole nascente, e giù nella valle la città e il fiume che la divide, e serpeggiando irriga il florido piano; e insomma tutto quello che tante volte descritto acquista pure novitá e freschezza sotto la penna del vero poeta. Ivi Aurora passa i giorni, conversando con Marianna, contemplando le scene di una ricca natura, osservando i costumi del nostro popolo, meditando, fantasticando; ma pur coll’anima oppressa dalla tristezza, e tormentata da un pensiero insistente, il pensiero di Romney. Quei lievi semi di amore, che aveva deposto nel cuor di Aurora la sua primiera consuetudine col cugino, si sono svolti traverso ai casi e alle delusioni della vita, e la lontananza anzi che soffocarli gli ha invigoriti. E Romney finalmente apparisce ed i suoi colloqui con Aurora, e le loro confessioni scambievoli di essersi ambedue in gannati, e il loro intendersi alfine, e il darsi fede di sposi sono materia ai due ultimi fra i nove libri del poema.

Marianna che sola poteva essere intoppo ai desiderii di Aurora, con sacrifizio magnanimo si è ritratta, ed a Romney che persisteva da prima a volerla sua sposa, ha protestato, che ella ormai non vive, ne vivrà più che per il suo figlio, additandogli Aurora come la sposa che sola a lui si convenga: perciocché al delicato accorgimento della fanciulla non è rimasto ignoto, quantunque non mai confessato, l’amore di Aurora per il cugino.

Il concetto morale e filosofico di questo nobil poema risulta evidente [p. 212→] da quei ragionamenti che sulla fine di esso tengono a dilungo fra loro Aurora e Romney. Confessano entrambi di aver fallito nei loro intenti «Io (dice Aurora) agognando esaltare in me l’istinto di artista, abbassai quello di donna. Non ricordai che nessuna imperfetta donna può svolgersi in artista perfetto; non volli esser donna come le altre sono, una semplice donna che crede nell’amore. Oh l’arte è molto, ma l’amore è anche più!» Romney narrando aver visto sollevarglisi contro coloro ch’egli tentava disciplinare a nuovi ordini di vita e di società, incendiargli le case, percuotere lui stesso per modo che ne è fatto cieco, conchiude colla più solenne condanna dei suoi concetti chimerici, e soggiunge poi: «L’uomo deve operare quaggiù e operare per gli uomini, ma in silenzio, con semplicità come fa Dio. Meno programmi, noi che non abbiamo prescienza. Meno sistemì, noi che non dominiamo, ma siamo dominati. Non vi ha costume ne civiltà perfetta senza massime cristiane. Cristo medesimo non fu legislatore o almeno dette colla legge la vita. Prima l’amore di Dio poi quello di sposo e di sposa; questo amore, che è come rosa soave crescente lungo le acque della vita, feconda, vitale, col calice inghirlandato di cento foglie tutte belle, tutte fragranti, l’amore di figlio, di fratello, di congiunto, di patria. Operiamo e amiamo; la nostra opera sarà migliore per l’amor nostro, e il nostro amore più dolce per la nostra opera.» Ma per quanto egli sia disilluso circa l’efficacia di certe teorie e sistemi in migliorare la sorte degli uomini non ha perduto peraltro la generosa fiducia di un migliore avvenire. «Il mondo è vecchio (soggiunge egli) e deve rinnovellarsi; e possono e devono a ciò cooperare potentemente coloro che nacquero artisti. Ricorda o Aurora che l’arte è un ministero destinato a nobilitare l’umana razza, mostrando quelle altezze ideali a cui sempre devesi tendere, quand’anche non sia dato di raggiungerle mai.» Così dicendo egli è come rapito in visione profetica di quel futuro, che sempre ha vagheggiato e vagheggia; e coi magnifici versi che lo ritraggono così estatico in maestosa attitudine ha fine e corona il poema. Del quale noi non abbiamo potuto porgere che una imperfettissima idea col breve sunto che ne abbiamo dato: poiché non è per certo l’azione e neppure lo sviluppo dei caratteri quello che generalmente ne fà il pregio più singolare, e ne è la parte più rilevante.

Forse molti e molti romanzi per questo lato l’agguagliano, e anche l’avanzano d’assai. Ma la copia e profondità dei pensieri, la forza o delicatezza dei sentimenti, la finezza delle osservazioni, lo splendore delle imagini, tutta quella ricca trama poetica che riempie una orditura assai tenue, ecco ciò che veramente colpisce nel lavoro della signora Browning. Gli stessi difetti che possono agevolmente notarvisi, come una diffusione soverchia in più luoghi, una eccessiva audacia di metafore, le troppe allusioni a cose antiche o poco note, onde si genera oscurità, il verso che a quando a quando per troppa facilità diventa prosaico, questi difetti medesimi tornano per un verso a lode del poeta, in quanto provengono non da man- [p. 213→] canza ma da eccesso di facoltà poetica e di dottrina; e sono come il lussureggiare di una pianta sovrappiena di succo e rigoglio. Coloro che formati alla scuola dei classici trovassero a desiderarvi più sobrietà e misura, pensino che la signora Browning nello studio dei classici è versatissima; ma quello che sembra prediligesse fino da giovanetta, e che traduceva nella sua lingua, è Eschilo. E veramente sia per affinità, sia per commercio d’ingegni, lo stile della signora Browning, per quanto a me sembra, ritrae non poco da quello di Eschilo; e ne ha spesso l’abbondanza alquanto disordinata, l’entusiasmo, l’ardimento, l’oscurità. Così ci sembra; come ci sembra ancora che questo poema tutt’ insieme sia tale da onorare assai la inglese letteratura, e l’ingegno femminile.

 

Le donne son venute in eccellenza

Di ciascun’arte, ove hanno posto cure.*

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*Ariosto.

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Reviewed:

Aurora Leigh (EBB), London: Chapman & Hall, 1857.

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