R670700A. Poetical Works (1863) and Dramatis Personæ.
Nuova Antologia, July 1867, pp. 468–481.
Listed in The Brownings’ Correspondence, 32, 391.
In Italia, dove si legge avidamente ogni scritto che viene di Francia, romanzo e poesia, critica e storia, poco o nulla si sa della letteratura inglese moderna e contemporanea. Se ne eccettui Byron, Walter Scott, Macaulay, i nomi dei grandi poeti, dei grandi romanzieri, dei critici e degli storici che nel secol nostro han fiorito e fioriscono in Inghilterra sono, generalmente parlando, nomi nuovi in Italia: mentre forse di tutte le straniere letterature quella che con maggiore profitto potrebbe studiarsi dagl’Italiani è la inglese; trovandosi e spiccando negli scrittori di questa molte qualità che troppo spesso a noi fan difetto,—osservazione diligente e profonda dell’uomo morale e della natura esteriore, originalità, sobrietà, elevazione. E quel che più duole a chi ama l’arte e la patria è il vedere ignorati o negletti quei poeti inglesi che tanto amaron l’Italia, che cantarono le sue glorie, le sue sventure, il suo risorgimento, che qua vissero e qua morirono, come lo Shelley ed Elisabetta Browning.
L’insigne poeta inglese vivente ch’io vorrei far conoscere ai lettori della Nuova Antologia, Roberto Browning, è uno di quei rarissimi poeti veri i quali fanno sempre fare un passo all’arte, iniziatori e ispiratori ad un tempo. L’influenza esercitata da lui, prima latente or manifesta, nell’ordine del pensiero e in quel della forma, è grandissima; e solo paragonabile a quella esercitata, in [p. 469→] altra sfera e con altri intendimenti, da Tommaso Carlyle. Ambedue infatti han destato ardenti simpatie e avversioni invincibili. L’attitudine straordinaria di Browning a tutto osservare e comprendere, a identificarsi colle cose e cogli uomini, conservando tuttavia il proprio carattere individuale, avendolo spesso portato a scegliere soggetti inusati e anco strani; e la sua repugnanza a tutto ciò che è convenzionale e volgare facendogli scegliere una forma potentemente originale ma elaborata e difficile, e per la sua stessa originalità spesso oscura; ne avvenne che egli fu per lungo correre d’anni quasi negletto nella sua stessa patria. I suoi successi in teatro, pochi e non molto importanti, non bastarono a far popolare il suo nome. Vero è che la fervente ammirazione de’ pochissimi intelligenti valeva a consolarlo della ingiusta indifferenza dei tanti seguitatori della corrente.—Ma oggi è venuto il suo tempo: trent’anni di perseveranza son coronati. L’Inghilterra e l’America, i giovani specialmente, han riconosciuto in Browning un gran poeta filosofo. Dramatis Personæ uscito nel 64 segna l’apogeo della sua fama. Pochi libri poetici hanno provocato tante discussioni, destato tante simpatie, eccitato tante ire quanto questo di Browning. Contemporaneamente si ristampavano tutte le sue opere poetiche. Le edizioni si succedono. Già due scelte (Selections) ne sono state fatte per sodisfare più facilmente alle generali domande; e l’elegante raccolta di Moxon (Miniature poets) onorasi del nome di lui. Ed è naturale. Dopo i tragici monologhi e il riso convulso di Byron, dopo le ardenti e generose utopie dello Shelley, dopo il misticismo puritano di Wordsworth, e il paganesimo passionato di Keats; dopo i sogni di Coleridge, e le fantasie orientali di Moore, e l’epiche visioni di Southey, si aspettava il poeta che dipingesse le realtà della vita intima ed esteriore, l’uomo qual fu e qual è nel tempo e nello spazio, studiato con amore ed inteso da una simpatia universale, simile a quella dello scienziato nella sua imparzialità, ma più delicata e più profonda; si aspettava il poeta che nelle indagini psicologiche no dimenticasse i corpi e le forme, ma le osservasse e le rendesse in tutta la loro sterminata varietà, in tutte le differenze dei loro individuali caratteri,—che, restando sempre poeta, fosse insieme un filosofo ed un artista.—Tutto ciò fece Browning.
Ma dovendo parlare delle poesie di Browning, come di quelle di Tennyson, o d’altri contemporanei, son necessarie almeno poche parole sui due grandi poeti che più ebbero influenza sugli odierni scrittori inglesi. [p. 470→]
Dopo la magnifica espansione di forza giovanile e di vita pagana, e il lusso di colori e di forme che dà le vertigini nei primi poeti del Rinascimento,—dopo la invenzione feconda, la passione tragica, la severa contemplazione dell’uomo interiore, e le sfolgoranti visioni della terra e del cielo che fanno unico Shakespeare,—dopo la grandezza morale, la biblica fantasia, e il magnifico ritmo sacerdotale di Milton,—la poesia inglese era scesa all’imitazione esclusiva, alla fredda eleganza. Ma all’appressarsi del nostro secolo, all’apparire trionfante della democrazia, all’agitarsi della grande rivoluzione, al movimento intellettuale e all’irresistiblie impulso che vien d’Alemagna, risponde Inghilterra con una nuova poesia. Tre caratteri principali la distinguono: il sentimento dell’infinito, l’analisi psicologica, l’amore della natura. Metafisici, rivoluzionarii e paesisti, ecco sorgere i Burns ed i Byron, gli Shelley ed i Wordsworth.
Quegli che ebbe maggiore influenza al suo tempo non solo in patria ma su tutta la letteratura d’Europa fu Byron. I due che hanno esercitato una influenza lenta ma crescente, feconda e durevole sulla poesia del loro paese, sono Wordsworth e Shelley.
Byron nato con ingegno piuttosto unico che raro, servo e vittima delle sue indomate passioni, è forse il più subiettivo di tutti i poeti. Come Alfieri, non intese e non rese che sè, Byron Aroldo, Byron Lara, Byron Manfredo ec. Originale sempre, anche nelle monotone pitture delle sue tempeste interiori, misantropo, violento e selvaggio; poi tenero, soave e patetico, la sua poesia è un’azione continua, una vera epopea individuale. I due caratteri prominenti della sua poesia, la contemplazione tragica e il riso amaro dell’uomo che ha troppo pianto si riflettono largamente nei due poemi l’Aroldo e il Don Giovanni. Da Dante in poi la poesia non aveva mai cosi sinceramente rivelato un poeta: la sincerità, ecco il gran pregio che ricompra tutti i difetti della poesia byroniana.
Shelley, sublime utopista, visionario entusiasta, vagheggiò e adorò fin dall’infanzia un mondo ideale ed edennico, credè al trionfo di una religione d’Amore universale, alla fraternità, all’eguaglianza. Ma volendo, nella sua commovente sincerità, uniformare alle sue idee la sua vita, passò d’errore in errore, di dolore in dolore, ma sempre puro, sempre buono, sempre infelice. L’arte fu la sua sola consolazione, la natura il suo asilo. La contemplazione delle sue visioni ideali, la contemplazione dei grandi spettacoli naturali danno alla sua poesia un accento primitivo, [p. 471→] solenne. Le realtà della vita sono (eccetto nella Cènci) assenti dai suoi poemi. Ma chi meglio di lui ha mai dipinto l’eterne scene della terra e del cielo? Esule, solitario vivendo presso i laghi di Svizzera o sulle rive de’ nostri mari, accanto a quelle acque ch’ei tanto amò, ch’ei descrisse si bene, e in cui dovea miseramente perire a trent’anni, egli osservava e fantasticava per lunghe ore ogni giorno, poi traduceva i suoi sogni e le sue contemplazioni in versi sublimi. Il suo capolavoro, Prometeo disciolto, fu concepito e scritto fra le pittoresche rovine delle teme di Caracalla. Deserti e montagne, vulcani e tempeste, l’aurora e il tramonto, la neve e la pioggia, la luna, le nubi, una stella, un fiore, una lodola sono i suoi soggetti, anzi i suoi personaggi, perchè tutto palpita e vive nei versi di Shelley. Egli ha la grande malinconia dei veri contemplatori, di Lucrezio e Spinoza, di Leopardi e di Senancour, a tutti i quali da qualche lato somiglia. Metafisico ed idealista nel concetto, è coloritore e plastico nello stile, tanto da parere un meridionale. Come Dante egli sa dar corpo alle sue stesse astrazioni, e ovunque accenna mette la vita: indi la personificazione è la sua figura favorita, essa è per lui quel ch’è la comparazione per Lamartine, e l’antitesi per Victor Hugo. Tale infine è la melodia del verso di Shelley che i suoi stessi emuli e i critici a lui più avversi, di comune accordo, lo han proclamato il più armonico de’poeti.—Dopo i suoi sogni e dopo la natura, quel che Shelley più amò fu l’Italia. Cantò le sue città e le sue campagne, le sue glorie e le sue sventure, imprecò ai suoi tiranni, profetò il suo avvenire. Quà visse gli ultimi anni della sua brevissima vita, quà cantò i più divini suoi canti, quà miseramente peri. L’Italia che gli dovrebbe una statua od un libro, appena il conosce.
Per Wordworth tutta la natura fu simbolo; ed egli si studiò di tradurne il recondito significato morale. L’idea puritana di Dio e del Dovere fa di lui un metafisico e un mistico. È un poeta filosofo: tanto che i suoi connazionali citano come libro di filosofia spirituale il volume dei versi suoi—Nessun poeta più educatore, nessuno più elevato di lui, e in un certo senso, nessuno più di lui democratico. Infatti, volendo egli dipingere la vita e la bellezza morale sotto la vita volgare, i più umili personaggi e gli avvenimenti più semplici e più ordinari gli sono ispirazione e argomento. Nella forma fece rivoluzione. Abbandonò lo stile artificiale, il frasario poetico consacrato, e adattò ai suoi versi il linguaggio di tutti i giorni, l’espressione naturale ed ingenua. Ottenne effetti [p. 472→] potenti. Spesso con un semplice epiteto vi fa pensare, vi commuove fino alle lacrime. I suoi paesaggi sono d’una mirabile verità. Le sue ballate liriche, i suoi idillj, i suoi sonetti, dopo avere eccitato tante ire, e le tremende di Byron, finiron per cattivarsi il cuore della nazione. Wordsworth è il poeta prediletto della Gran-Brettagna. Chi meglio di lui sentì e tradusse in versi d’ineffabile semplicità la vita dei piccoli, dei disprezzati? Il coraggio nella sventura di un vecchio pastore, la nostalgìa di una contadina messa a servizio in città, e fatti simili sono i favoriti suoi temi. Ed è spesso eloquente, d’una eloquenza contenuta, sobria, efficace. Quando poi il poeta è commosso, come alla fine del suo Old Cumberland Beggar, il suo verso prende un’andatura più rapida e quasi affannosa: sotto la calma del filsofo puritano si sente ardere e battere il cuore d’un gran poeta. Semplicità freschezza, fedeltà descrittiva, sensibilità, immaginazione, elevazione sono le qualità caratteristiche della sua poesia: e in generale una pace serena, un’aura spirituale e benefica spira da tutti i suoi versi. Egli è in tutto l’opposto di Byron. Indi le invincibili antipatie, e l’ire famose.
Wordsworth e Shelley sono i due veri padri della poesia inglese contemporanea. Se dovesse citarsi l’influenza di un terzo, il primo nome che si presenta alla mente è quello di Keats. Tutti i poeti viventi hanno dell’uno o dell’altro nella forma almeno. Chi non sente spesso un eco di Wordsworth in Tennyson, chi talora non ritrova Shelley e anche Keats nella frase di Browning?
La prima pubblicazione di Browning fu Paracelso. Usci nel 1835. L’autore aveva appena venticinque anni. Pochi poeti han cominciato cosi gloriosamente la loro carriera. Paracelso non par lavoro di giovane, ma di provetto artista; di uomo che ha molto sofferto e provato, osservato moltissimo, bevuto fino alla sazietà nella coppa della scienza e della vita. Già là sono in germe, e alcune già in fiore, tutte quelle rare qualità che poi distinsero Browning dagli altri poeti contemporanei, e fecero di lui un vero rivelatore di nuove regioni nell’infinito campo dell’arte. E già nella scelta dell’argomento si annunzia il carattere del poeta. La curiosità scientifica, il desiderio di tentare sentieri inesplorati, il dispregio della scienza tradizionale e scolastica che si palesa nella vita di Paracelso dovean potentemente tentare un poeta avido di comprendere l’uomo e le cose, di andar per vie non battute, di scrutare e toccare le più occulte e delicate fibre del cuore umano.
Il poema è diviso in quattro parti. Nell prima, Paracelso [p. 473→] ispirato dalla persuasione che egli è un eletto dal Cielo a qualche alta ed ardua missione, e spinto dalla sua sete di scienza, espone ai suoi amici le ragioni che lo han deciso a partire ed errare in lontani paesi a riacquistare le verità già perdute e a scoprirne di nuove. Ribatte gli argomenti che l’affetto suggerisce agli amici per farlo restare. L’ardor di sapere, la sublime confidenza nelle proprie forze, la grandezza del coraggio, la forza del volere umano non furon mai con più energia ed efficacia descritte: i discorsi di Paracelso sono squarci di eloquenza poetica inarrivabili.—Nella seconda parte, Paracelso è a Costantinopoli, e s’incontra in Aprile, un poeta, che ha consunto la vita dietro l’Amore e la Bellezza, come egli va a perderla dietro la Scienza. Dal confronto di questi due personaggi simbolici esce un grande insegnamento che il poeta sembra svelarci per bocca di Paracelso medesimo quando gli fa dire: “Gli uomini guardino a me e al poeta morto che troppo sconsigliatamente amò: e cosi, da noi premonito, si formi un terzo e meglio temprato spirito umano.” La scienza senza affetto e insensibile al bello, la poesia tutta musica e luce, tutta voluttà e delirii son destinate a perire. E fra i pochissimi ben temprati spiriti in cui si è fatto il felice connubio della scienza e dell’arte io non saprei, dopo Goethe, chi metter innanza all’autore stesso del Paracelso.
Paracelso è da Aprile iniziato al culto del bello. I cento versi nei quali Aprile esprime il suo desiderio, il suo sogno, di esercitare tutte le arti prima di morire, son paragonabili ai più belli di Keats, come poesia di colore e rilievo. Egli vorrebbe esser prima scultore, poi pittore, poi, posato lo scalpello e il pennello, dipingere colla parola tutti gli affetti “dalla turbolenta agitazione di un cuore pieno di desiderii inquieti, al placido sonno dell’uomo semplice nelle ore meridiane, all’ombra di un albero, presso una cisterna.” Poi, “Come un luminoso vapore unisce e confonde colle stelle le stelle, egli vorrebbe riempire ogni vuoto colla musica, e con ineffabili melodie esprimere i più misteriosi moti dell’anima.”
Aprile muore. Paracelso vorrebbe profittare della lezione,—ma nuove e dolorose esperienze lo aspettano al suo ritorno. Morendo in uno spedale, vittima della scienza come Aprile dell’arte, è consolato dalla fede nell’avvenire della umanità; e dalla coscienza di averle in qualche modo giovato.
Se il poema al suo primo apparire non ebbe l’accoglienza che meritava, non passò però inosservato. La critica se ne occupò, e [p. 474→] anche i più avversi a questo genere di poesia dovettero ammirare certi passi di una bellezza più unica che rara onde abbonda quel capolavoro giovanile di Browning.
“È solo quando ritornano al cielo che gli angeli vi si rivelano: essi seggono tutto il giorno al vostro lato, e la notte giacciono presso a voi che non curanti della loro presenza siete distratti o dormite: quand’ecco, tutt’a un tratto, vi lasciano, e allora gli conoscete.”
Questi cinque squisiti versi si leggono nel Paracelso.
La canzone sul Fiume Meno che calma l’agitato spirito di Paracelso è un miracolo di poesia e di stile. Mai era stata dipinta con tanta efficacia la quiete che spira dalle verdi rive di un bel fiume che scorre limpido e lento. Il verso che procede con cadenza monotona, la rima insistente producono sull’animo del lettore un magico effetto.
Fin dalle prime pagine del Paracelso si riconosce in Browning un gran poeta pittore. Il suo paesaggio è scrupolosamente reale ed esatto, e al tempo stesso ha carattere e vita eminentemente poetica. Ecco quel che lo distingue da tanti poeti-fotografi contemporanei. In Paracelso, nelle Liriche, in Uomini e Donne, in Dramatis Personæ, in tutti i suoi versi, Browning si è rivelato gran pittor di paese. Nessuno fra i poeti moderni ha meglio reso il colore locale. Paragonare le descrizioni d’Italia di Byron e di Lamartine con quelle di Browning (Pian di Sorrento, De Gustibus, Presso il focolare, In una Gondola, Due nella Campagna, Vecchie Pitture in Firenze ec. ec.) sarebbe studio fecondo. Ruskin, il gran critico d’arte, metteva Browning innanzi a tutti i poeti paesisti per efficacia di grafica verità.
Si è detto e ripetesi che questa del dipingere è una delle piaghe della moderna poesia, che gli artisti della parola hanno invaso il campo degli artisti del colore e della forma, che con tanti dettagli e minuzie poeti e romanzieri mancan sempre dell’effetto voluto, che in certi loro ritratti una vena ed un nèo hanno il valore d’un occhio, sì che spesso invece della bella donna che s’è voluta dipingere, al confuso lettore raffigurasi un mostro, che per ottenere moltissimo agli antichi bastavano pochi semplici tratti ec. Potrebbe rispondersi: Non citate ad esempio chi ha ecceduto, ed è riprovevole. Fra il dipingere vago, convenzionale, a grandi masse di certi scrittori, e il minuzioso e faticoso particolareggiare dei Gautier, dei Flaubert, e talvolta dello stesso grande Balzac, vi è una strada di mezzo. Vi è il paesaggio di Wordsworth [p. 475→] e di Leopardi, della Sand e di Browning, i quali han saputo esser pittori restando poeti.
Noi italiani con un paese così variato, così pittoresco, non abbiamo che due grandi poeti paesisti, Dante e Leopardi. Dal 300 bisogna precipitare all’800, per ritrovare pitture naturali, côlte dal vero, come:
passata è la tempesta:
Odo augelli far festa e la gallina
Tornata in su la via
Che ripete il suo verso. Ecco, il sereno
Rompe là da ponente alla montagna
. . . . . . . . . . .
. . . chiaro nella valle il fiume appare
. . . . . . . . . . .
apre balconi
Apre terrazze e logge la famiglia.
siede
Su la scala a filar la vecchierella
Incontro là dove si perde il giorno.
Sui tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna.....
O cara luna, al cui tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve.....
Sono scrittori stranieri che hanno dipinto l’Italia in tutta la sua varia bellezza. Goethe e Byron, Châteaubriand e Lamartine, Shelley e Browning, Hawthorne e Taine, ecco i pittori della Campagna romana, di Napoli e del suo golfo, di Firenze e Venezia, dei nostri colli e dei nostri laghi, dei nostri monti e dei nostri mari. Vero è che Manzoni, il quale da se solo ha riparato e gloriosamente riempiuto tanti vuoti della nostra letteratura, nel suo immortale romanzo dipinse stupendamente la Lombardia. Descrittori ideali pur troppi ne abbiamo, e uno grandissimo, anzi unico, il divino Ariosto: ma pittori dal vero non saprei dopo Dante e Leopardi e Manzoni chi altri citare; se non forse alcuni quattrocentisti (come Lorenzo de’Medici) e Niccolò Tommasèo in molte pagine di Fede e Bellezza.
Browning è poeta eminentemente drammatico anche nella lirica. I titoli stessi dei suoi volumi poetici ce lo dicono: Liriche drammatiche, Uomini e Donne, Dramatis Personæ, ec. Filosofo e critico, egli studia un’epoca, comprende un’idea, analizza un [p. 476→] sentimento, poi ha bisogno, da vero artista, di dar corpo al concetto, di personificare, di drammatizzare. Egli ha compreso e risentito l’ardore per le cose artistiche, per tutti gli oggetti decorativi che era generale al tempo del Rinascimento; ed è al suo “Vescovo ordinantesi la tomba in S. Prassede” che fa rivelare lo spirito vero dell’epoca. Egli ha osservato il singolare carattere esterno dei chiostri e conventi meridionali, ne ha indovinato le interne gretterie, la sensuale religione, le sorde guerre, le invidie; e interprete di questo suo studio è un novizio che dalla finestra della cella impreca, irride e dipinge l’odiato superiore che è giù nell’orto a visitare i suoi fiori (Spanish Cloister). L’aborrimento della volgarità, il superbo disdegno del merito negletto, saranno espressi dal suo Pictor ignotus che avrebbe potuto e non ha voluto diventare famoso segeundo la moda, e che oscuro e rassegnato lavora coscienziosamente nella quiete crepuscolare delle grandi navate, e non può più staccarsi dalle care sue chiese: è per bocca di lui ch’egli ferisce di amari sarcasmi la leggerezza e la vanità dei dilettanti e l’ignoranza dei mecenati. Browning ha sentito la sublimità della poesia ebraica, la lirica primitiva, i colori e le forme dell’antico Oriente, l’uomo biblico infine; e David che canta per calmar Saul sarà interprete delle sue vive impressioni. In Saul infatti tutto il ciclo della vita orientale è percorso, dalla capanna all’altare; e questa è per magistero di ritmo, e per colorito, una delle poesie più mirabili.
L’ingegno, anche grandissimo, è se non spento, certo torturato e alterato dalla passione d’amore, quando accade che questa passione è provata per donna indegna, e che non senta il prezzo enorme del sacrificio; indi agonìe quotidiane in questo essere nervoso che si chiama poeta od artista. Un poeta ordinario farebbe di questo argomento un’elegia o un’ode morale. Browning fa parlare Andrea del Sarto colla troppa famosa sua moglie, e in quel discorso c’è la storia di un’anima. Le profonde ansietà, le curiosità febbrili della decrepita società, e le impressioni dei savj pagani alle prime notizie della vita e della dottrina di Cristo sono, con una impersonalità degna di Goethe, espresse in Cleone e in Karshish. E che profondità di pensiero filosofico si cela sotto il velo bizzarro dell’Humour in Calibano a Setebos, e in Mr. Sludge! Holy-Cross-Day, tipo della poesia umoristica di Browning ha riso e lacrime e fremiti. Era legge papale che il giorno della Santa Croce un certo numero di ebrei fossero obbligati, e se occorreva spinti per forza a sentir una predica cri- [p. 477→] stiana in San Pietro: e là un monsignore gli apostrofava per convertirgli. Browning fa parlare comicamente fra loro quei poveri diavoli stivati e orribilmente nojati. Molti, rendendo commedia per commedia, e visto che c’è interesse, simulano la conversione. Ma alcuni, per tacita vendetta e conforto, impiegan quel tempo ripensando e ripetendosi il canto di morte di Ben-Ezra, sublime di lamento e preghiera, di protesta e coraggio. E la speranza è avvalorata dai tormenti sofferti “dalla tortura prolungata d’età in età, dalla infamia eredità d’Israello, dalla peste del Ghetto, dalla ignominia degli abiti, dalla gogna, dalle fruste inzuppate del loro sangue innocente”....Il cuore dell’umanità palpita sempre nei versi di Browning. La sua larga e calda simpatia tutto intende e traduce. Egli ha saputo personificare e drammatizzare le astrazioni più metafisiche, i sentimenti più delicati e ineffabili. Chi non ha in sua vita, saputo di qualche amore puro e segreto di un uomo adulto per tenera giovinetta—e non ha pensato con dolore a questa condanna del tempo, a questa fatalità dell’anima giovane e ardente in corpo caduco?—In Evelyn Hope, Browning ci dipinge la cameretta verginale dove giace morta la bellisima giovine. Le imposte sono socchiuse: poco o nulla è mutato nella sua camera: questo è il suo letto, quelli i suoi libri. Evelyn avea colto quel fior di giranio che comincia a morire anch’esso nel vaso. Un uomo adulto è presso il cadavere, e parla: le parla ora, solamente ora, dell’infinito amor suo, e non dispera d’esser riamato. L’amore è più forte della morte. Le loro anime dovran passare altre vite, molte altre vite; cangeranno secoli e climi, ma alla fine si ritroveranno e s’intenderanno. Ed egli coglie quel fior di giranio, e lo chiude nella cara gelida mano, e: Ecco, questo è il nostro segreto: ora dormi: tu ti sveglierai, e ti ricorderai e intenderai.
Questa varietà di soggetti, questa straordinaria pieghevolezza d’ingegno non faccia nemmeno per un momento sospettare che Browning appartenga a quella famiglia di poeti che seguendo ed esagerando la pericolosa e inumana teoria dell’“arte per l’arte” meritano più che il nome d’artisti quello di dilettanti. In tutte le opere di Browning, poema, lirica e dramma, si fa sentire e soprattutto sentire, la incessante e solenne voce dell’umanità.
E talvolta questo ardore d’indagini nella mente e nel cuore umano lo fa incorrere nei componimenti puramente drammatici e destinati alla scena, in veri difetti, perchè certe qualità eccel- [p. 478→] lenti in altri generi di poesia nuocciono ai drammatici effetti. Chiarezza, unità, interesse sono i primi pregi di un dramma: e Browning colla sua sottigliezza d’analisi, colle sue audaci originalità di stile, colla sua avversione a interpretare le idee e i sentimenti popolari per strappare i facili applausi, non poteva riuscire e non riescì sulla scena. Ci vorrebbe per apprezzare e gustare i suoi drammi una platea id poeti e d’artisti. Ma quest più che giustificazione è condanna. Gl’intelligenti però ammireranno sempre alcuni caratteri grandemente scolpiti come il Luria, e alcune situazioni felicemente inventate in Strafford, nella Macchia nel blasone e nel Dì natalizio di Colomba.
Pippa passa, dramma lirico e fantastico, è forse il piu popolare di tutti i componimenti poetici di Browning.
Pippa, una povera filatrice di seta, esce un mattino di festa dal suo casolare e passeggia, sola, cantando, per la campagna: e senza ch’ella medesima se ne avvegga, il suo canto dov’ella passa (Pippa passa) produce come un magico effetto, ed è occasione allo scioglimento di quattro piccoli drammi. In uno di questi è rappresentato l’adultero amore di Sebaldo e di Ottima con efficacia veramente degna di un compatriotta di Shakespeare.—Sebaldo ed Ottima si ricordano i più drammatici istanti del loro amore, e fra gli altri il giorno quando: “le colonne del firmamento parean piegarsi sotto la oppressione del caldo e la volta cupo-azzurra tutta pesare su noi ed atterrarci: e ci sdraiammo del bosco, finchè la tempesta scoppiò.... Si giaceva come sepolti là dentro: veloce correa la tempesta sul nostro capo quasi cercandoci, e tratto tratto qualche viva candente saetta bruciava tra’l folto de’pini; bruciava or qua or là, ti ricordi? come se la Giustizia colla sua spada frugasse e rifrugasse nel bosco, per trovarci e colpirci.... Poi il tuono, come un intiero mare, scoppiò sulle nostre teste.”
In Christmas-Eve and Eastern-Day [sic] (la notte di Natale e il giorno di Pasqua) poema filosofico-religioso, scritto parte in Firenze, parte a Roma e pubblicato nel 49, il poeta trattò (restando però sempre poeta, e poeta pittore) le più profonde e delicate questioni che agitano la mente e la coscienza dell’uomo moderno. Se ne togli l’humour e i tocchi da artista di cui abbonda il poema, si direbbe l’opera di un pensatore tedesco: se non che la mano dedalea di un vero poeta dà qui forma e moto anche alle più vaporose astrazioni. Ogni intelligente dell’arte sentirà la bellezza, la verità di certi passi, quali la descrizione dell Cappella e suo [p. 479→] atrio nella notte di Natale, l’apparizione liminosa di Cristo, i versi sulla Sistina, Michelangelo, le Catacombe ec. E questa preoccupazione dei grandi problemi della Fede e dell’Anima gli ha ispirato varii poemi filosofici di fondo, e, al solito, di forma drammatici, come Morte nel deserto, Cleone, il Vescovo Blougram ec.
Nell’ultimo libro di Browning (Dramatis Personæ) l’altezza del pensiero filosofico predomina in ogni poesia; dalle passionate come James Lee, alle umoristiche come Mr Sludge, the Medium. Come saggio di magnifica eloquenza poetica veggasi Morte nel deserto, dove san Giovanni morente discorre delle dottrine evangeliche e della religion dello spirito: poesia elevata e profonda che parla al cuore e all’intelligenza. Pochi libri poetici contengono, in si poche pagine, tante idee nuove e grandi, tanti caratteri, tante pitture; da Caliban selvaggio, al Byron de nos jours, da san Giovanni, agli spiritisti, da un ritratto di vergine, alla stanza mortuaria della Morgue, da Abt-Vogler, che improvvisa sullo strumento da lui inventato, alla squisita elegia d’amore intitolata Maggio e la Morte. Le poesie di questo libro sono vere armonie della vita.
Si sarà visto che uno desi caratteri della poesia di Browning è l’humour. Vario in tutto, Browning è anche in questa sua qualità variatissimo. Il suo humour talora è grottesco, energico, quasi brutale d’eccessiva realtà, come nella Tragedia dell’Eretico e in Caliban; talvolta sottile e raffinato come in M Sludge; talvolta passionato come nella Querela d’un Amante; talvolta l’accento comico e il sorriso inoffensivo predominano nei suoi versi umoristici, come in Fra Lippo Lippi il quale scappato di convento, ed abusato di Bacco, vi è riportato dagli sbirri ai quali egli, strada facendo, discorre della sua vita e dell’arte sua; e nei versi intitolati Su in villa, e giù in città, capolavoro d’ironia e di descrizione, genere nuovo di satira, in cui un ignorante signorotto fa a modo suo la distinzione fra la vita di città e di campagna. Egli, costretto per economia a starsene in villa, sospira all vita di città, e la loda e dipinge nel linguaggio il più comico.
Fra le poesie di Browning in cui parla la passione pura, e che sono vere voci del cuore, senza mai diventare nè convulsi singhiozzi, nè urla forsennate, come quelle di certi poeti contemporanei, esagerati perchè deboli, e declamatori perchè insensibili, mi basti indicare Amore fra le ruine, Presso il focolare, [p. 480→] (dove non sai se più ammirare la pittura del paese, o quella del sentimento,) l’Ultima Cavalcata, In un anno, e Maggio e la Morte.
Egli manifesta il profondo e squisito suo sentimento dell’arte plastica, le sue simpatie pei vecchi maestri toscani, pei grandi realisti del 400, in molte poesie: e fra le tante consacrate alla pittura e ai pittori come Pictor ignotus, Andrea del Sarto, Vecchie pitture in Firenze, mi piace ricordarne qui una intitolata l’Angelo Custode. È ispirata da un quadro del Guercino, che vedesi a Fano, rappresentatnte un angelo in atto di proteggere un fanciuletto. Conosco poche poesie dove l’effusione lirica sia così calda, e derivi così spontanea dal soggestto medesìmo.—Caro e grande angiolo, vorresti tu lasciare per me cotesto fanciullo? Io sederò qui tutto il giorno, e quando viene la sera, e il tuo special ministero è compito, e tempo già di partire, tu sospendendo il tuo volo, vedrai un altro fanciullo da custodire, un altro che ha bisogno di pace e d’asilo...... Allora, io ti sentirò fare un passo, no più, da dove tu sei a dove ora io sono, ed ecco la mia testa ricovrasi già sotto le tue ali..... Colle salutari tue mani mi chiuderai gli occhi accosto al tuo petto, stringerai la mia fronte affaticata dal troppo pensiero, e ogni mio nervo ne avrà conforto, e sarò tutto inondato di pace ineffabile...... Se ciò mi fosse concesso, oh come ogni torto umano sarebbe presto in me riparato! Con che differenti occhi rivedrei il cielo, la terra ed il mare!....” Peccato che questa poesia finisca in modo piuttosto strano ed oscuro. L’oscurità è il difetto, esagerato dai suoi detrattori, ma che pur troppo esiste nell’opere di questo insigne poeta. È vero che esso dipende, in parte, dalla nuovità degli argomenti, e dal modo sempre originale con cui il poeta gli tratta. Spesso però l’oscurità nasce da inescusabili eccentricità di stile, come l’omissione dei pronomi frequente, l’architettura capricciosa, e arabesca per dir così, del periodo poetico. Altre volte l’oscurità vien dalle reticenze. Troppo egli lascia indovinare, troppo esige dal suo lettore. Non tutti leggendo, per esempio, il suo Spanish Cloister, il suo Grammarian’s Funeral, il suo Lippo Lippi intenderanno alla prima chi è che parla, ed a chi, e dove siamo. Il poema Sordello è più di tutti gli scritti di Browning macchiato di questo difetto.
Percorrendo l’intiera opera di Roberto Browning, si vedrà che ispirazione e temi gli ha dato spesso, quasi sempre, l’Italia. (Vedi Uomini e Donne, Sordello, Le Tragedie, Christmas-Eve and Eastern-Day [sic]. Le sue città e le sue campagne, le sue chiese e le [p. 481→] sue ruine, i suoi dolori e le sue speranze furon da lui costantemente cantate. Come egli ami la terra che lo ispirò, lo provano le sue lunghe dimore fra noi, e l’accento commosso, quasi d’amante, con cui egli parla del nostro caro paese. “Apritemi il cuore, e vi leggerete inciso Italia” così egli esclama in De-Gustibus. E negli anni amari in cui l’austriaco strascinava la sciabola vittoriosa per le vie dell nostre città , egli non che disperare delle nostre sorti, o insultarci come altri poeti stranieri, imprecò ai nostri oppressori, sperò, e ci annunziò i giorni che abbiamo visto.—E alla sua voce potente univasi quella dolcissima dell’angelica moglie sua, la quale, e nel poemetto intitolato Le finestre di casa Guidi, e nelle Poesie ultime, cantò con passione d’italiana, l’Italia.
Dai libri di Browning potranno i giovani attingere insegnamenti preziosi: impararvi a osservar bene e meditar molto prima di scrivere; a serbar sempre virilità di pensiero e d’accento; a eviatre la volgarità e la leggerezza, la declamazione sentimentale o politica, la poesia da alcova e qualla da piazza; a non adulare mai le opinioni e le passioni di moda, affrontando coraggiosamente l’impopolarità, per amore e per rispetto dell’Arte.
Enrico Nencioni.
Reviewed:
Poetical Works (RB), London: Chapman & Hall, 1863.
Dramatis Personæ (RB), London: Chapman & Hall, 1864.
___________________